Bersani il Sociale

Per Bersani non era concepibile una idea che non trovasse una sua immediata applicazione. I poveri non possono aspettare: occorreva creare organizzazioni adeguate che trasformassero in azioni concrete quanto teoricamente previsto dalle leggi. Per questo fondò il CEFA e le strutture cooperative e in Europa diede vita all’Assemblea paritetica parlamentare ACP-UE che aveva lo scopo di implementare le iniziative di sostegno dei paesi poveri. In queste strutture Bersani si impegnava anche in prima persona, incoraggiando l’azione e rimuovendo gli ostacoli. Poteva contare sulla sua rete di relazioni amichevoli in Italia e nel mondo intero.

LA FIGURA PUBBLICA DI BERSANI

Bersani ha rivelato una personalità “rinascimentale”, capace di interessarsi contemporaneamente a vari aspetti dei numerosi e diversi problemi che affrontava e dunque più efficace in quanto li avviava a soluzione con strumenti convergenti (politici, economici, sociali, amicali). Questa sua caratteristica era in forte controtendenza rispetto alla preferenza dell’epoca in cui è vissuto verso la forte specializzazione e gli ha permesso una capacità di incidenza sulla società di gran lunga maggiore. Ciò avveniva anche perché proprio questa sua multiformità gli imponeva la continua scelta di collaboratori che portassero avanti le varie iniziative promosse, mentre lui era già impegnato in altro, riunendo così schiere di persone che hanno moltiplicato la sua missione nei contesti più diversi. Bersani a volte faceva per un po’ il presidente delle organizzazioni da lui iniziate, ma soprattutto ne restò l’animatore fino all’ultimo giorno di vita, dando autonomia e responsabilità ai suoi collaboratori. E questo è un insegnamento fondamentale da offrire alle nuove generazioni: se davvero si vuole incidere nella società con un progetto di trasformazione sociale, occorre motivare, lanciare e sostenere validi collaboratori, che ad un tempo si sentano parte dell’intero progetto e possano svolgere la loro attività in autonomia.

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La seconda osservazione deriva dalla puntuale ricostruzione della sua formazione giovanile documentata nel primo capitolo di questo volume: un progetto di trasformazione sociale come quello di Bersani, tutto volto a lottare contro la povertà, non si improvvisa, né nei suoi obiettivi concreti e neppure nell’identificazione degli strumenti da utilizzare. Bersani si è collocato all’interno di una tradizione di pensiero ed azione consolidata, quella del movimento cattolico, che già prima di lui si era confrontato con i temi della povertà e aveva promosso azioni ed organizzazioni volte a combatterla. Egli divenne attivo in tale movimento cattolico e si relazionò con i suoi ispiratori, con i sacerdoti che lo animavano, con gli attivisti, parte dei quali divennero suoi compagni di avventura, creando reti di fiducia e di collaborazione. E’ dunque dall’interno di istituzioni e movimenti esistenti, dall’interno di una rete di rapporti che si può concretamente agire, cambiando, innovando, proponendo strade nuove. Un progetto di trasformazione sociale coltivato in isolamento non ha alcuna possibilità di diventare concreto.

La terza osservazione è che Bersani insisteva spesso sull’umiltà, parola che deriva da humus, stare con i piedi per terra, ossia osservare, captare, comprendere prima di agire. Questo favoriva quel legame tra pensiero e azione da lui sempre praticato: l’avere scritto molto nella sua vita è segno dell’attenzione che portava all’analisi dei fenomeni, un’attenzione che raccomandava sempre ai suoi collaboratori, insistendo perché si facessero ricerche, ci si collegasse con le università, si celebrassero convegni (in cui soprattutto ascoltare), si promuovessero corsi di formazione. E’ solo così che non ci si esaurisce nella pratica quotidiana, pur necessaria, e si mantiene alta la sensibilità verso i cambiamenti di contesto, per evitare che azioni intraprese al momento giusto e con le giuste finalità si disperdano per incapacità di adattarle ai tempi sempre in evoluzione.