SALUTO DEL NUOVO PRESIDENTE: FRANCESCO TOSI

È per me un onore essere chiamato a guidare la Fondazione Giovanni Bersani, a seguito delle dimissioni del suo presidente ing. Gianpietro Monfardini per motivi di salute. Lo ringrazio, anche a nome dell’intero consiglio, per l’impegno profuso con passione in questo servizio e per la piena adesione alle alte idealità di solidarietà internazionale per un autentico sviluppo della persona nei paesi tra i più poveri del mondo.

Nell’accingermi ad assumere questo impegno, ricordo il fondatore Giovanni Bersani nelle circostanze in cui per Sua ispirazione e volontà istituimmo la Fondazione: lo scopo era di dare a tanti la possibilità di rendere continuativo nel tempo e nelle opere il proprio aiuto ai paesi più poveri nella cooperazione ad uno sviluppo sostenibile. Tale missione faceva particolare riferimento al CEFA e ai suoi progetti in Africa e in America Latina per un autosviluppo nella cooperazione internazionale. Alla base di tutto c’era la chiarezza di un’idea, e cioè che la dignità di ogni uomo va difesa e fatta crescere, che “lo sviluppo è una questione di uomini” e che soltanto una cooperazione intelligente che va alle cause del problema può risolvere alla radice la povertà e aprire la strada per la costruzione, insieme, di un mondo migliore per tutti.

La Fondazione ha proprio il compito di garantire nel tempo lo svolgimento di questa missione, con fondi che ogni anno si rigenerano grazie all’apporto di chi ne condivide le finalità.

Relazione di Gianpietro Monfardini

Casa Saraceni – Memoria di Bersani 19 dic. 2018

La cultura è sviluppo: da Bersani un pensiero per l’attualità

Ci siamo a lungo consultati sul titolo del ns. incontro, volendo esprimere in modo adeguato la poliedrica personalità di Bersani ed il nucleo essenziale del suo pensiero. Perché Bersani era uomo di grande e vasta cultura, che affondava le radici nel mondo agricolo e benestante in cui erano cresciuti i genitori, di forte tradizione cattolica, che avviarono i sette figli da un lato alla formazione religiosa in un momento di grande risveglio organizzativo e associativo della chiesa cattolica dall’altro agli studi superiori universitari.

Una famiglia che trovò in Bersani una figura di eccezionale rilievo.

In lui la curiosità culturale era sempre abbinata alla progettualità fattiva. Amava dire che un Politico non dovrebbe mai porre un problema senza indicarne la soluzione.

Una cultura che metteva al centro l’uomo, sia in forza di una fede fortemente sentita come fonte ispiratrice del bene, sia per una innata attitudine a vedere nell’altro un soggetto di diritti e di una dignità da difendere. Le due cose, fede ed umanesimo, hanno sempre costituito un unicum nella personalità di Bersani. Come ebbe a dire proprio nel celebre discorso dell’Archiginnasio d’oro, “La fede religiosa, che ci sorregge e illumina dall’alto e aiuta a leggere l’intimo senso della vita e quello ultimo della storia. E poi Il suo essenziale riverbero sulle scelte laiche da essa ispirate: la libertà vera ad ogni costo, l’amore per la verità e la conoscenza, la democrazia, il rapporto appassionato con i problemi e le speranze popolari, il servizio disinteressato a chi più ne ha bisogno”.

Un vero Umanesimo, ancorato ad una roccia indistruttibile.

UOMO DI PENSIERO (come ogni uomo di cultura) ma insieme ed imprescindibilmente un UOMO del FARE (come ogni uomo di carità).

Tutta la sua vita è permeata da questa ricerca di ciò che si può fare per ridare dignità a chi ne è stato privato o dalla sorte o dalla spietatezza degli uomini.

Ma fare cosa? Qui c’è un altro aspetto molto importante della personalità di Bersani: il bene occorre farlo BENE come lui ripeteva sempre.

Nelle sue visioni a largo raggio ed a lungo termine, l’azione di Bersani, è stata sempre ispirata non tanto al principio del soccorso ma a quello di un riscatto permanente dalle situazioni di degrado e povertà .

In questa ottica va visto l’impegno politico e sociale del primo dopoguerra (fu eletto nel Parlamento italiano nel 1948) nel mondo del lavoro, del sindacato, della cooperazione, della finanza e poi, negli anni 70’, con Bersani al Parlamento europeo, con lo sviluppo della politica di Cooperazione Internazionale che doveva portare sostegno duraturo ai paesi già oggetto di colonizzazione che in quegli anni venivano abbandonati dagli stati europei in condizioni di complessivo degrado politico ed economico.

Esemplare fu l’azione di Bersani subito dopo la guerra negli anni in cui si affacciava alla politica e c’erano da scegliere modelli organizzativi e sociali nuovi. Con i suoi amici aveva concluso che l’esperienza cooperativa fosse nell’immediato dopoguerra e nella nostra specifica realtà, un fattore essenziale per la promozione di una nuova società creativa e solidale.

La cooperazione venne individuato come un obiettivo strategico e siccome si partiva dal nulla cercarono nelle nazioni europee modelli credibili e coerenti con le loro convinzioni democratiche ed umanistiche.

Si sforzarono di conoscere in modo approfondito le esperienze cooperative dei grandi paesi occidentali (Inghilterra, Olanda, Svezia, Danimarca, Francia) e cercarono di sperimentare quelle che ritenevano utili per la nostra realtà. Nacque un movimento che ha investito gradualmente in mezzo secolo la regione E.R., il Paese ed in seguito la Comunità Europea facendo di Bologna uno dei centri maggiori della esperienza cooperativa a livello internazionale.

Bersani si spese personalmente negli anni 50’ per la costituzione nei comuni della bassa bolognese di cooperative di braccianti in fuga per l’abbandono delle terre a seguito della Riforma Agraria. Ricordo l’amico Stupazzoni quando mi raccontava delle lunghe serate in cui Bersani il venerdì di rientro da Roma convocava i braccianti nelle campagne per convincerli che unico modo per togliersi dalla loro drammatica condizione di senza terra e senza lavoro e ridare dignità alla loro vita era la costituzione di cooperative di conduzione agricola, di cui fossero direttamente soci e responsabili. Furono incontri difficili, dove le perplessità di una esperienza così nuova si aggiungevano alle ostilità di un ambiente circostante ferocemente contrario per motivi ideologici. Ma alla fine Bersani riuscì nell’intento e nacquero le cooperative bianche poi sviluppatesi ed affermatesi nel mondo agricolo. Fu a seguito di quella esperienza che B. si rese conto di quanto diventasse profonda col tempo la identificazione di chi lavorava la terra con il proprio lavoro, affidando ad essa le proprie speranze fino a considerarla come qualcosa di intimamente legato al futuro suo e della sua famiglia. Nacque così in Bersani l’idea di una legge, allora abbastanza scandalosa agli occhi degli avversari politici, che raccoglieva questa aspirazione a possedere almeno in parte la proprietà della terra lavorata e così tra mille contrasti politici in parlamento convinse De Gasperi a far approvare la legge sulla proprietà contadina dove il riscatto della terra era agevolato dallo Stato. Nell’atmosfera grandemente intimidatrice delle campagne bolognesi si ebbero attacchi ai sostenitori della legge in uno dei quali venne barbaramente ucciso Giuseppe Fanin, braccio destro ed amico profondo di Bersani.

In realtà le cose migliorarono e la legge ebbe gradualmente positivo accoglimento anche nel campo avverso.

Migliorate le cose nel 1970 Bersani si rivolse all’avventura Europea.

Egli traeva dalla propria cultura umanista e dall’orizzonte a tutto campo del suo pensiero le idee e le risorse per una strategia di sviluppo dei paesi poveri. Non c’erano muri né frontiere nella visione di Bersani. “Il Mondo è il mio villaggio”(1972) è il titolo di un suo libro quando, ultimata la emergenza del recupero dei braccianti agricoli nelle terre bolognesi, fece la scelta di avviare un analogo percorso con le popolazioni povere dell’Africa.

Illuminante è la strategia che Bersani adottò con l’Europa. Aprendo attraverso apposite leggi prima nel Parlamento italiano e poi in quello europeo la stagione della Cooperazione Internazionale allo sviluppo riuscì a costruire un rapporto permanente con i Paesi Poveri, in particolare quelli ex coloniali dell’Africa, attraverso l’ACP, associazione dei parlamentari dell’Africa, Caraibi e Pacifico che integrata da alcune decine di parlamentari europei ogni tre anni presentava una pianificazione concordata di aiuti, cui l’Europa dava regolarmente seguito, con la Conferenza di Lomè (Togo) di cui Bersani ebbe per 12 anni la Presidenza.

Anche qui un guardare lontano ed uniti per fare passi avanti duraturi e sotto controllo.

Fu proprio per dare seguito a questi programmi che Bersani diede vita nel 1972 al CEFA che tuttora opera nei paesi poveri per attuare programmi del cosiddetto auto-sviluppo, in grado cioè di arrivare a condizioni di vita dignitose e stabili con una autonoma condotta di gestione tecnica ed economica.

Sono passati 50 anni, molte realtà sono sotto i ns. occhi per una valutazione positiva dei progetti di auto-sviluppo. Tra i tanti si deve citare quello che ha vinto il primo premio alla EXPO 2015 di Milano, su 800 concorrenti da tutto il mondo, con la grande Centrale del Latte realizzata e tuttora attiva a Njombe, in Tanzania, in un territorio agricolo arretrato e in condizioni sociali di estrema povertà con intervento del CEFA ed il supporto e l’assistenza tecnica della cooperativa bolognese Granarolo.

Questa grande realizzazione ci dimostra come l’autosviluppo di Bersani non è una utopia. Ci sono molte situazioni di povertà che hanno bisogno di un solido investimento iniziale a fondo perduto per dare vita ad una attività autogestita ed economicamente autosufficiente con carattere di stabilità. Può costituire valido e conclamato esempio per interventi su vasta scala, previa esatta pianificazione delle varie fasi e delle tempistiche che portano alla indipendenza economica di un progetto.

Il CEFA, sulla base dell’esperienza di auto-sviluppo fatta a Njombe, sta già:

  • insegnando a 250 famiglie contadine in Mozambico a diventare allevatori di vacche da latte.

  • In Kenya sta insegnando a diventare apicoltori almeno 200 famiglie contadine

  • In Tanzania sta introducendo la “cultura” del sottovuoto … per conservare il mais raccolto sottovuoto eliminando l’uso di pesticidi.

COSA FARE PER GLI IMMIGRATI?

C’è da chiedersi, a fronte della crescente ostilità incontrata dagli immigrati nel ns. paese e della drammatica condizione che vivono quelle popolazioni africane già oggetto di amorevole attenzione da parte di Bersani, cosa possiamo fare in concreto per ospitare con dignità e positività più di mezzo milione di immigrati che si trovano in Italia letteralmente allo sbando.

Attorno a noi l’ambiente non è certo favorevole: schiacciati dalla paura, settori sempre più vasti della popolazione stanno chiudendosi in atteggiamenti ostili anche per la totale indifferenza per non dire ostilità della Comunità Europea al problema degli sbarchi in Italia.

Si sta assistendo tuttavia ad un aumento significativo di buoni esempi concreti di accoglienza, nelle persone ed ambienti ancora sensibili che hanno a cuore la Solidarietà ed il rispetto della Persona di qualunque razza e religione essa sia.

La Caritas locale (nelle parrocchie) e nazionale (nelle sue strutture) è fortemente impegnata nell’accoglienza dietro la spinta di Papa Francesco e di molti vescovi. Così anche molte associazioni laiche e cattoliche, come le Comunità di S.Egidio.

C’è anche il sostegno delle associazioni create e fatte sviluppare da Bersani nel mondo sociale e in particolare in quello cooperativo,c’è il pensiero economico promosso da coloro che hanno a cuore lo sviluppo integrale di ogni uomo, ci siamo infine tutti noi che stiamo male quando vediamo un fratello sofferente avviato senza speranza alla emarginazione.

Uniamo le forze e guardiamo lontano con fiducia come faceva Bersani. C’è una certa analogia tra le masse di diseredati nelle campagne bolognesi nel dopoguerra e le masse di immigrati nelle nostre città. Pensiamo anche per loro ad una possibile integrazione attraverso il lavoro, che tenga conto delle mutate condizioni politiche e sociali, sperimentiamo anche noi qualche cosa di innovativo pur di muoverci da questo terribile ristagno in cui lo stesso principio di umanità sembra che stia morendo.

Bersani ci sia di esempio e di ispirazione.

Gianpietro Monfardini

Relazione del Sindaco di Bologna Virginio Merola

Nel 2004 il Comune di Bologna, con l’allora sindaco Giorgio Guazzaloca, volle insignire il Sen. Giovanni Bersani dell’Archiginnasio d’oro, la massima onorificenza cittadina. I suoi meriti nel campo della cultura umanistica sono fissati in concreti progetti di solidarietà per l’Africa, per attività non solo dedicate ad aiutare le persone in difficoltà, ma per dare loro le dignità donate a tutti gli esseri umani, attraverso il lavoro e la capacità di fare.

La cultura è sviluppo se aiuta le persone ad essere autonome e a prendere in mano le proprie vite. Insieme al Cefa, Bersani ha seguito queste strategie di sviluppo che oggi continua con la fondazione.

Una strategia conseguente ad una buona teoria, al pensiero forte di una libertà intesa nel suo significato autentico di responsabilità verso gli altri.

Ho conosciuto di persona Giovanni Bersani e ho avuto chiaro che le forze del suo pensiero poggiano nelle forze dell’esempio.

E l’esempio, in questi tempi confusi e difficili, incarna il modo migliore di contrastare una idea di autorità basata sul culto del capo. Bersani ha dimostrato con il suo impegno di pensiero e di lavoro concreto che l’autorevolezza non ha bisogno di proclami o di contrapposizioni ma di fatti, di rispetto e di dialogo.

La storia del novecento che Bersani ha attraversato in cento anni di vita è anche la storia della sconfitta del nazionalismo autoritario e del totalitarismo fascista e comunista. Un secolo di tragedie, d guerre, di orrori, ma anche di affermazione di una nuova idea di Patria, la Patria europea come esito della confluenza solidale delle patrie sorte sulla fine delle dittature.

Oggi che riaffiorano i nazionalismi, che torna l’idea e la pratica della forza come unica garanzia di affermazione nel mondo multipolare, oggi, l’attualità di Giovanni Bersani, il suo lascito, i valori e le azioni che ha affermato ci indicano che una strada diversa è possibile, che un altro modo di stare nel mondo è possibile.

Nel nostro presente e per il nostro futuro la chiave non è l’economia, ma la cultura e la conoscenza. Quale senso dare al proprio lavoro, alla propria vita familiare, alla città e al paese in cui si vive?

Il pensiero di Bersani porta con sé i concetti di dignità della persona umana e di libertà come solidarietà, tutela e protezione di chi ne ha bisogno e delle minoranze, lotte alla solitudine e lotta per l’eguaglianza.

Per la sua fede cristiana e per le sue convinzioni politiche democratiche, Bersani non ha mai additato altri come nemici o come colpevoli. Non ha mai cercato scorciatoie per facili consensi.

Come davvero sa chi crede che la verità rende liberi e la cerca insieme agli altri, attraverso la cooperazione, per essere quello che si fa e non imporre agli altri quello che si è.

Memorial di Giovanni Bersani c/o Fondazione Carisbo

Bologna 19/12/2018

Relazione del Rettore Ivano Dionigi

Mi fa piacere prendere la parola in questa occasione non solo per un motivo – per così dire istituzionale e ufficiale – ma anche perché mi riconosco nell’idea e nell’idealità che ha ispirato l’opera e l’azione di Giovanni Bersani e più in generale perché credo che una tale opera e azione richieda la responsabilità dell’erede, vale a dire l’adesione alla concezione secondo la quale la vita individuale e collettiva non tollera cesure e discontinuità ma si basa sulla trasmissione della fiaccola di generazione in generazione: vale a dire sulla tradizione che – come è stato detto – non è la venerazione delle ceneri ma la salvaguardia del fuoco; sulla convinzione che di quel capitale che chiamiamo vita le azioni le detengono non solo i viventi, ma anche i trapassati e i nascituri.

Ri-cordare Giovanni Bersani vuol dire non solo riportarlo al nostro cuore e fare memoria di lui ma anche parlare di noi.

  1. I valori di Bersani

Sono valori che rimandano a parole universali e assolute, indivise e indivisibili: e che stanno insieme e si richiamano, come dignità e lavoro. Come concepire l’una senza l’altra? La dignità senza lavoro e viceversa? Al pari di dignità e lavoro, stanno insieme e si richiamano anche parole come giustizia e bene comune: le sue parole privilegiate.

  1. Gli strumenti di Bersani

Portano il nome della competenza, di quell’etica della competenza che rifugge dall’improvvisazione e dal dilettantismo e conosce la strada faticosa e impervia del legiferare, cioè del distinguere, mediare, scegliere.

Portano il nome della politica, l’arte più nobile e più difficile perché deve comporre la difficile bellezza dello stare insieme, nella città e nel mondo.

Portano il nome della cultura, vale a dire la visione che mostra lo scopo (il telos) delle nostre azioni, e quel dialogo che mette in relazione il particolare col generale, la parte col tutto, il singolo con l’insieme. Dalle cooperative contadine della Bassa all’impegno per i popoli dell’Africa.

  1. I fondamenti di Bersani

La sua opera e azione aveva come fondamento la dottrina sociale cristiana e come bussola l’idea di persona: dottrina sciale e personalismo cristiano sviluppato e approfondito in vari documenti ufficiali della Chiesa e nella riflessone di pensatori, a cominciare da Maritain.

Questi valori, strumenti, fondamenti fanno di Bersani non solo un filantropo e un innovatore ma anche un grande politico e un gigante morale, che teneva insieme la parola e l’azione, la vita personale e la vita politica. Come pensare di poter dividere in Bersani l’uomo dal politico? Una figura esemplare, un testimone che ha saldato la terra al cielo.

Questo racconto ora parla a noi e di noi.

Le domande a questo punto si accavallano e ci incalzano.

Che ne è oggi – per restare a quei valori – della dignità? Ridotta a un decreto governativo. E del lavoro che non c’è ed è negato ai giovani dei quali tutti se ne fregano? Bersani con la legge 25, disciplinando l’apprendistato ha fatto tantissimo nel 1953 per i giovani di allora. Un Paese, il nostro, benedettamente ricco di talenti e maledettamente incurante di essi! Che ne è della giustizia, parola assente nel nostro lessico? E della parola comune, dal significato sublime: perché da cum + munus significa condividere con gli altri la propria funzione, la propria prerogativa, il proprio dono?

Che ne è oggi – per dire di quegli strumenti – della competenza, ritenuta quasi un optional, un orpello o un ostacolo alla politica?

E – per dire dei fondamenti dell’azione di Bersani – che fine ha fatto la dottrina sociale della chiesa? E il messaggio del Vangelo?

Se ce la passiamo male in Italia e in Europa è anche perché la grande tradizione cattolica e cristiana – che insieme alla tradizione socialista e liberale ha sia ricostruito l’Europa sia redatto la nostra Costituzione – quella grande tradizione è in via di estinzione.

Come in via di estinzione è la testimonianza dei credenti: l’unica che, secondo il Vangelo, può cambiare il mondo; perché prima di convertire gli altri bisogna convertire se stessi.

Se tutti hanno una responsabilità nella cosa pubblica, coloro che credono al e nel Vangelo e si dicono cristiani (e magari vanno in chiesa a pregare e anche a fare la comunione), ebbene costoro ne hanno una supplementare: fare con le azioni quello che dicono con le parole.

Si chiama coerenza. Quella che ha caratterizzato tutta l’esistenza del nostro caro e amato Bersani.

Ivano Dionigi

Relazione del Magnifico Rettore Francesco Ubertini

Buonasera,

purtroppo non ho mai conosciuto direttamente il senatore Giovanni Bersani e posso solo molto essenzialmente indicare quanto di riflesso mi è arrivato in questi anni dalla sua incredibile personalità di uomo politico e di uomo impegnato su diversi fronti per la cosa pubblica.

Il nostro ateneo, come poi diranno i miei predecessori, ha avuto l’onore di consegnare a Bersani due importanti onorificenze, la laurea ad honorem nel 2000 e il Sigillum Magnum nel 2014. Si tratta di due riconoscimenti che hanno legato l’attività di Bersani a quella della comunità universitaria, facendo di lui una parte essenziale della vita di questa città.

Voglio ricordare che il discorso di Bersani in occasione della laurea ad honorem in Agraria fu un discorso molto sobrio dove il problema delle risorse alimentari e dell’agricoltura nei paesi in via di sviluppo veniva analizzato con dati essenziali, ma ponendo domande secche ed esplicite sugli errori fatti e sulle possibili soluzioni future. Bersani non aveva nessun timore di far riferimento alla propria esperienza personale quando era necessario spiegare eventuali falle nel sistema. E spiegava il suo incontro di tre anni prima con il nuovo presidente della Banca Mondiale, venuto a Roma per incontrare le ONG in vista della cooperazione allo sviluppo. “La ringrazio per essere venuto – dice Bersani – e aggiunge: “il suo discorso è del tutto inutile. Lo statuto della Banca Mondiale prevede di dare aiuti solo ai governi e noi siamo non governativi”.

Immagino l’imbarazzo. Ma l’esempio dice bene di come fosse determinato, diretto, schietto quest’uomo che ha navigato nella politica italiana per decenni e che sempre nel suo discorso di riconosce all’interno di una corrente di “umanesimo cristiano”.

Quando ci troviamo di fronte a personalità come questa inevitabilmente cadiamo nella tentazione di misurarle sul nostro presente. Uomini come Bersani non si trovano molto di frequente nella storia di questo Paese. Li circonda qualcosa che unisce la rettitudine, il forte senso civico, la incredibile energia nel fare, la determinazione del pensiero. E nel rimpiangerli possiamo solo essere fieri dell’importanza che la città di Bologna ha avuto nell’esprimere personalità che hanno agito sulla vita della nazione ed in ambito internazionale.

Testimonianza 21 aprile in Piazza San Pietro (Roma) – Intervento di Gianpietro Monfardini

  “E’ necessario togliere centralità alla legge del profitto e assegnarla alla persona e al bene comune” così ha detto Papa Francesco ai rappresentanti  del mondo del lavoro:  Imprenditori, Sindacati, Cooperative riuniti in Piazza Maggiore a Bologna.

Una Bologna per antica tradizione ben attrezzata per accogliere questa sollecitazione, fino a spingere il Papa a parlare di un vero e proprio “Sistema Emilia” e di un “Umanesimo” che vi si respira.

E’ un sistema di dialogo aperto ma costruttivo tra le parti sociali che pur nel rispetto dei  relativi ruoli hanno sempre avuto come obiettivo il bene comune, e con buoni risultati se si considera l’elevato livello di occupazione, anche giovanile, ed il richiamo esercitato all’estero dal suo territorio per l’insediamento di nuove  attività industriali.

 

A darne conferma, in questi giorni è diventato operativo il  “Patto per il Lavoro”,  fondo anticrisi promosso da Comune e Curia di Bologna per il sostegno a disoccupati e persone in difficoltà.

Una coesione sociale cui ha contribuito in gran parte a Bologna l’esperienza cooperativa.

Questo ci porta a ricordare con gratitudine un grande testimone bolognese  del cattolicesimo sociale, il compianto Sen. Giovanni Bersani, che nel primo dopoguerra promosse il modello cooperativo prodigandosi  a fondo  sul piano sia politico che personale.

Considerava quel modello il più coerente con la Dottrina Sociale della Chiesa.

Non si possono dimenticare le sere di fine settimana quando, di ritorno dai lavori del Parlamento, si tratteneva a discutere fino a tarda notte con gruppi di poveri braccianti  senza più lavoro per convincerli a costituirsi in cooperative di conduzione  agricola dove avrebbero ritrovato una dignità perduta.

Molte di quelle cooperative da lui create sono tuttora attive, di piccole e grandi dimensioni, veri gioielli allo stesso tempo sociali e produttivi, messi insieme tra mille difficoltà, che dobbiamo difendere dal furto di posti di lavoro che avviene oggi sotto i nostri occhi con le piraterie finanziarie dei puri ricercatori del profitto.

In merito lo  stesso Papa Francesco ha voluto ricordare a Bologna – sono sue parole- “Il grande sviluppo della esperienza cooperativa, che nasce dal valore fondamentale della Solidarietà. Non pieghiamo mai la Solidarietà – ha aggiunto – alla logica del profitto finanziario, anche perché così la togliamo – potrei dire la

rubiamo – ai più deboli che ne hanno tanto bisogno”.

 

Ma c’è un ultimo aspetto che si può ricollegare alle parole del Papa e che è venuto alla ribalta in queste settimane anche nella nostra regione:  le morti sul lavoro.

E’ un fenomeno impressionante legato spesso proprio alla logica dello scarto più volte lamentata dal Papa.

Dal punto di vista economico la sicurezza sul lavoro è un puro costo che non dà  valore aggiunto al prodotto e per contro necessita di elevata specializzazione. Nella logica imperante della riduzione dei costi viene  pertanto appaltata  a ditte terze in possesso dei requisiti di legge, la cosiddetta esternalizzazione.

In tal modo diminuisce  il costo per l’azienda  ma allo stesso tempo quasi sempre aumentano i rischi di infortunio , tenuto conto della realtà dei fatti per cui non sempre risulta adeguata la qualità del lavoro delle ditte appaltatrici nonchè della carenza dei controlli pubblici.

Conseguenza di tutto ciò è l’aumento degli infortuni sul lavoro con tragiche conseguenze personali e familiari. Occorre intervenire con provvedimenti urgenti ed adeguati.

Mentre mettiamo  tanta cura per rendere sicure le case dove abitiamo, come possiamo restare indifferenti di fronte alla tragica sequenza di morti sul lavoro, purtroppo in aumento anche nella nostra regione?

Nei primi tre mesi dell’anno le vittime in Italia sono già state 180 di cui ben 14 nell’Emilia-Romagna e 2 a Bologna.

 

Dove è finito il ns. umanesimo e la ns. coscienza sociale cristiana?

“Rimbocchiamoci le maniche: c’è ancora tanto da fare! “ diceva Bersani, guardando sconsolato la carrozzella su cui ormai era bloccato.